1. Home
  2. News
  3. Mindfulness e interocezione: cosa significa imparare ad ascoltare i segnali del corpo

Mindfulness e interocezione: cosa significa imparare ad ascoltare i segnali del corpo

29 Settembre 2026
Mindfulness e interocezione: cosa significa imparare ad ascoltare i segnali del corpo
Mindfulness e interocezione: cosa significa imparare ad ascoltare i segnali del corpo
29 Settembre 2026

Condividi questa news:

Accorgersi che il respiro è diventato più rapido durante una situazione di tensione, riconoscere una sensazione di chiusura allo stomaco, percepire la stanchezza prima che diventi difficile da ignorare o distinguere gradualmente la fame da altri stati interni sono esperienze molto comuni. Il nostro organismo produce infatti un flusso continuo di informazioni sul proprio stato, anche se soltanto una parte di queste raggiunge la consapevolezza. Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha dedicato crescente attenzione proprio ai processi che permettono di rilevare, integrare e interpretare questi segnali, raccolti sotto il termine interocezione.
Il tema incontra in modo particolarmente interessante la mindfulness, perché molte delle sue pratiche utilizzano il corpo come uno dei principali oggetti dell’attenzione: si osservano il respiro, le sensazioni fisiche, le variazioni di tensione, il contatto con il suolo o ciò che emerge durante il body scan. Sarebbe tuttavia riduttivo concludere che la mindfulness serva semplicemente a “sentire meglio il corpo”. La relazione tra mindfulness e interocezione è più complessa e riguarda non soltanto la capacità di accorgersi di ciò che avviene internamente, ma anche il modo in cui quei segnali vengono accolti, interpretati e utilizzati per orientare la risposta all’esperienza.

Che cos’è realmente l’interocezione?

Una delle definizioni di riferimento nella letteratura contemporanea descrive l’interocezione come il processo attraverso il quale il sistema nervoso rileva, interpreta e integra i segnali che provengono dall’interno dell’organismo, costruendo una rappresentazione continuamente aggiornata del suo stato interno (Khalsa et al., 2018). Questa attività comprende processi sia consapevoli sia non consapevoli ed è coinvolta nella regolazione dell’organismo, nelle sensazioni corporee, nelle motivazioni e in molte componenti dell’esperienza emotiva.
Quando si parla di interocezione non ci si riferisce quindi soltanto al battito cardiaco. Il respiro, la temperatura, la fame e la sazietà, le sensazioni viscerali, alcuni stati di tensione o distensione e numerosi altri segnali contribuiscono alla rappresentazione che l’organismo costruisce momento per momento di ciò che sta avvenendo al suo interno. È inoltre utile distinguere l’interocezione dalla propriocezione, che riguarda soprattutto la percezione della posizione e del movimento del corpo nello spazio. Nella vita quotidiana i diversi sistemi sensoriali dialogano continuamente tra loro, motivo per cui espressioni più ampie come “consapevolezza corporea” finiscono spesso per comprendere informazioni interocettive, propriocettive e tattili.
La ricerca ha mostrato anche quanto sia importante non considerare l’interocezione come una capacità unica e facilmente misurabile. Nello sviluppo della Multidimensional Assessment of Interoceptive Awareness – MAIA, uno degli strumenti più utilizzati in questo ambito, Mehling e colleghi (2012) hanno proposto di considerare diverse dimensioni dell’esperienza interocettiva: accorgersi delle sensazioni, saper dirigere e regolare l’attenzione verso il corpo, riconoscere il rapporto tra sensazioni ed emozioni, utilizzare i segnali corporei nei processi di autoregolazione e sviluppare un rapporto di maggiore fiducia con l’esperienza corporea. In questa prospettiva, quindi, essere molto attenti al proprio corpo e sapersi rapportare in modo funzionale ai segnali corporei non sono necessariamente la stessa cosa.


Dove si incontrano mindfulness e interocezione?

Il punto di contatto diventa più chiaro osservando concretamente ciò che accade durante una pratica mindfulness. Quando l’attenzione viene portata al respiro, per esempio, non viene generalmente richiesto di modificarlo o di raggiungere uno specifico stato fisiologico: si osservano le sensazioni associate all’inspirazione e all’espirazione, il movimento del torace o dell’addome, il passaggio dell’aria, il ritmo e le sue naturali variazioni. Nel body scan avviene qualcosa di analogo: l’attenzione viene progressivamente orientata verso differenti aree corporee, riconoscendo ciò che è presente senza dover necessariamente trovare una sensazione particolare o attribuirle subito un significato.
È proprio quest’ultimo elemento a essere centrale. La mindfulness non allena soltanto l’orientamento dell’attenzione verso il corpo, ma anche una particolare modalità di relazione con ciò che viene percepito. Una sensazione può essere osservata senza cercare immediatamente di eliminarla, senza trasformarla automaticamente in un problema e senza dover decidere subito che cosa significhi. In questo senso, la pratica può coinvolgere l’interocezione ma contemporaneamente lavorare sulla reattività che accompagna la percezione dei segnali interni.
Un noto studio di neuroimaging di Farb, Segal e Anderson (2013) ha mostrato che un training mindfulness può modificare i pattern di attivazione associati all’attenzione interocettiva. Gli autori non concludevano che la meditazione renda semplicemente più “sensibili” al corpo, ma suggerivano piuttosto che l’allenamento possa modificare il modo in cui le informazioni corporee vengono elaborate durante l’attenzione all’esperienza presente. È una distinzione importante, perché sposta il centro della questione dalla quantità di sensazioni percepite alla qualità dell’attenzione che viene portata su di esse.

La mindfulness ci rende davvero più consapevoli dei segnali del corpo?

Le evidenze più recenti suggeriscono che la mindfulness possa effettivamente modificare alcuni aspetti della consapevolezza interocettiva, ma la risposta cambia molto a seconda di che cosa viene misurato. Una meta-analisi pubblicata su Scientific Reports ha preso in esame 29 studi randomizzati controllati, per un totale di 2.191 partecipanti, valutando l’effetto degli interventi sulla percezione soggettiva dell’interocezione (Treves et al., 2025). Nel complesso è emerso un effetto positivo di entità piccola-moderata; gli interventi specificamente basati sulla mindfulness mostravano l’effetto più consistente tra quelli considerati. Gli autori sottolineano inoltre che i miglioramenti riguardavano soprattutto il modo in cui le persone riferivano di percepire e utilizzare i propri segnali corporei, e che tali cambiamenti risultavano associati anche a miglioramenti del distress psicologico.
È però necessario distinguere questi risultati dalle misure cosiddette oggettive di accuratezza interocettiva, cioè dai compiti sperimentali che cercano di stabilire con quale precisione una persona riesca a rilevare determinati eventi fisiologici. Su questo versante il quadro è molto meno netto. Una revisione sistematica e meta-analisi preregistrata di 41 studi, con 2.411 partecipanti, ha rilevato soltanto una piccola associazione tra mindfulness e accuratezza nelle misure corporee oggettive, accompagnata da forte eterogeneità tra gli studi e da importanti limiti metodologici (Schwartz, Ganster, Voracek & Tran, 2025). Gli stessi autori invitano quindi alla cautela nell’affermare che la pratica mindfulness migliori in modo generalizzato la precisione con cui vengono percepiti i segnali fisiologici.
Questa apparente discrepanza è in realtà molto interessante. Una persona può non diventare significativamente più precisa nel contare o riconoscere un determinato evento fisiologico e, nello stesso tempo, sviluppare una maggiore capacità di notare le proprie sensazioni, rimanervi in contatto, comprenderne il rapporto con gli stati emotivi o evitare di reagire automaticamente. L’ipotesi più prudente, alla luce dei dati disponibili, non è quindi che la mindfulness insegni genericamente a “sentire di più”, ma che possa favorire un diverso rapporto con l’esperienza corporea.

Ascoltare il corpo non significa interpretare ogni sensazione

Questo punto è particolarmente importante perché, nel linguaggio quotidiano, l’invito ad “ascoltare il corpo” può facilmente diventare ambiguo. Prestare maggiore attenzione alle sensazioni non è sempre e necessariamente vantaggioso: una persona potrebbe essere estremamente vigile rispetto alle più piccole variazioni del battito, della respirazione o delle sensazioni viscerali e interpretarle costantemente come segnali di pericolo. In quel caso l’aumento dell’attenzione corporea non coincide con una maggiore capacità di regolazione.
La concezione multidimensionale proposta da Mehling et al. (2012) aiuta proprio a comprendere questa differenza. La consapevolezza interocettiva non riguarda soltanto il noticing, cioè l’accorgersi di una sensazione, ma comprende anche la capacità di non distrarsi automaticamente da ciò che è spiacevole, di non preoccuparsi immediatamente per una sensazione corporea, di regolare l’attenzione e di riconoscere la relazione tra stati corporei ed emotivi. È dunque possibile immaginare due persone entrambe molto attente ai propri segnali corporei ma profondamente diverse nel modo in cui li interpretano e vi reagiscono.
La mindfulness si colloca soprattutto in questo secondo livello. Durante la pratica non viene richiesto di costruire un significato per ogni sensazione né di trattare il corpo come se inviasse continuamente messaggi da decifrare. Si può notare una contrazione allo stomaco senza concludere immediatamente che indichi ansia; si può accorgersi di una variazione del respiro senza cercare subito di correggerla. L’esperienza corporea diventa una fonte di informazioni, ma rimane inserita nel contesto più ampio della situazione, dei pensieri, delle emozioni e dell’ambiente.


Quale rapporto esiste tra interocezione ed emozioni?

La relazione con le emozioni è uno degli aspetti che rende l’interocezione particolarmente rilevante. Paura, rabbia, entusiasmo, tristezza o agitazione non sono esperienze esclusivamente cognitive: possono accompagnarsi a cambiamenti nella respirazione, nel ritmo cardiaco, nella tensione muscolare, nelle sensazioni viscerali e in molte altre funzioni corporee. La letteratura considera infatti l’elaborazione dei segnali interni come uno dei processi coinvolti nella costruzione dell’esperienza emotiva e nella regolazione dell’organismo (Khalsa et al., 2018).
Questo non significa che sia possibile creare un vocabolario rigido in cui a ogni sensazione corrisponda una determinata emozione. Un’accelerazione del battito cardiaco può comparire durante una situazione di paura, ma anche durante l’attività fisica, l’eccitazione o molte altre condizioni; una tensione addominale può avere significati differenti in persone e momenti differenti. Imparare a riconoscere questi segnali può offrire informazioni preziose su ciò che stiamo vivendo, ma una buona consapevolezza corporea richiede anche la capacità di non confondere immediatamente la sensazione con la sua interpretazione.
Da questo punto di vista, mindfulness e interocezione incontrano anche il tema della regolazione emotiva. Se un cambiamento corporeo viene riconosciuto senza essere immediatamente trasformato in una valutazione o in una reazione automatica, può aprirsi uno spazio maggiore per osservare ciò che sta accadendo e scegliere come rispondere. È una prospettiva coerente anche con i risultati della meta-analisi di Treves et al. (2025), nella quale i cambiamenti nella consapevolezza interocettiva auto-riferita risultavano associati ai miglioramenti osservati nel benessere psicologico, pur senza dimostrare da soli un rapporto causale diretto.

Il body scan e il respiro servono quindi ad “allenare l’interocezione”?

Possono certamente coinvolgerla, ma sarebbe eccessivamente semplicistico descriverli soltanto come esercizi per migliorare la percezione dei segnali interni. Nel body scan, per esempio, il praticante incontra sensazioni molto diverse: calore, pressione, tensione, pulsazione, formicolio, contatto, ma anche zone nelle quali non viene percepito nulla di particolarmente definito. L’allenamento consiste anche nell’accorgersi che non è necessario produrre un’esperienza specifica e che la capacità di restare presenti non dipende dall’intensità delle sensazioni.
Qualcosa di simile avviene con il respiro. Proprio perché la respirazione è contemporaneamente automatica e accessibile alla consapevolezza, rappresenta un oggetto particolarmente adatto per osservare il rapporto tra processo corporeo e attenzione. La pratica può permettere di notare quando l’attenzione si allontana, quando compare l’impulso a controllare l’esperienza o quando una determinata sensazione suscita immediatamente una valutazione. Lo scopo, quindi, non è necessariamente raggiungere una respirazione ideale, ma allenare la possibilità di rimanere in relazione con un’esperienza corporea che cambia continuamente.
Anche per questa ragione è opportuno evitare l’idea che maggiore attenzione al corpo sia sempre indicata nella stessa misura per tutti. Le persone differiscono molto nel rapporto con le proprie sensazioni interne e alcune possono sperimentare disagio quando l’attenzione viene rivolta intensamente verso il corpo. La pratica mindfulness, soprattutto nei contesti clinici o in presenza di particolari condizioni, richiede quindi gradualità e capacità di adattare le modalità di lavoro alla persona, anziché applicare indistintamente l’indicazione di “sentire di più”.

Imparare ad ascoltare il corpo, senza doverlo continuamente decifrare

Il rapporto tra mindfulness e interocezione offre dunque una prospettiva più ricca rispetto alla generica idea di “connessione mente-corpo”. Le ricerche suggeriscono che la pratica mindfulness possa favorire cambiamenti nella consapevolezza soggettiva dei segnali corporei e nel modo in cui le persone si rapportano a essi, mentre rimane molto più incerta l’ipotesi che produca un aumento generalizzato dell’accuratezza con cui vengono rilevati gli eventi fisiologici (Treves et al., 2025; Schwartz et al., 2025).
La distinzione è tutt’altro che marginale. Ascoltare il corpo non significa necessariamente percepire più intensamente ogni segnale, né attribuire a ogni sensazione un significato preciso. Può significare, invece, imparare ad accorgersi di ciò che emerge, riconoscere le reazioni che quella sensazione suscita e mantenere abbastanza spazio da non trasformare immediatamente ogni esperienza corporea in un giudizio, in un problema da risolvere o in un segnale da interpretare.
È forse proprio qui che mindfulness e interocezione si incontrano nel modo più interessante: non nella promessa di diventare infallibili interpreti del proprio organismo, ma nella possibilità di sviluppare un’attenzione al corpo più consapevole, curiosa e meno automatica.

Per approfondire

Ateneo propone percorsi formativi dedicati alla mindfulness, dalle competenze di base ai protocolli e alle applicazioni più specifiche.

Bibliografia essenziale

Farb, N. A. S., Segal, Z. V., & Anderson, A. K. (2013). Mindfulness meditation training alters cortical representations of interoceptive attention. Social Cognitive and Affective Neuroscience, 8(1), 15–26. DOI: 10.1093/scan/nss066.
Khalsa, S. S., et al. (2018). Interoception and Mental Health: A Roadmap. Biological Psychiatry: Cognitive Neuroscience and Neuroimaging, 3(6), 501–513. DOI: 10.1016/j.bpsc.2017.12.004 
Mehling, W. E., Price, C., Daubenmier, J. J., Acree, M., Bartmess, E., & Stewart, A. (2012). The Multidimensional Assessment of Interoceptive Awareness (MAIA). PLOS ONE, 7(11), e48230. DOI: 10.1371/journal.pone.0048230.
Schwartz, K., Ganster, F. M., Voracek, M., & Tran, U. S. (2025). Mindfulness and Objective Measures of Body Awareness: A Preregistered Systematic Review and Multilevel Meta-Analysis. Biopsychosocial Science and Medicine, 87(4), 235–248. DOI: 10.1097/PSY.0000000000001381.
Treves, I. N., et al. (2025). A meta-analysis of the effects of mindfulness meditation training on self-reported interoception. Scientific Reports, 15, 38889. DOI: 10.1038/s41598-025-22661-4.