Quando le parole non bastano: il ruolo dei mediatori artistici nella relazione d’aiuto
28 Ottobre 2026
Nella relazione d’aiuto la parola occupa spesso un posto centrale: permette di raccontare, organizzare l’esperienza, attribuire significati e condividere con un’altra persona ciò che si sta vivendo. Non tutto, però, arriva immediatamente a una forma verbale chiara. Alcune esperienze possono essere difficili da nominare, altre vengono percepite prima sul piano corporeo o emotivo e solo successivamente riescono a essere raccontate; in altri casi, invece, continuare a parlare di ciò che accade non permette necessariamente di osservarlo da una prospettiva nuova.
È in questo spazio che possono entrare i mediatori artistici, cioè immagini, colori, materiali, suoni, movimento, scrittura, elementi teatrali e altri linguaggi espressivi utilizzati all’interno di un setting strutturato. Il loro valore non consiste semplicemente nell’offrire un’alternativa “creativa” alla conversazione, ma nella possibilità di modificare il modo in cui un’esperienza viene incontrata: ciò che prima era soltanto sentito o pensato può assumere una forma, essere osservato, trasformato e, quando opportuno, condiviso con un’altra persona.
La ricerca sulle creative arts therapies – che comprendono arteterapia, musicoterapia, danzamovimentoterapia, drammaterapia, psicodramma e interventi basati sulla poesia e sulla scrittura – individua proprio nella concretizzazione, nell’uso di simboli e metafore e nella dimensione corporea alcuni dei fattori caratteristici di queste pratiche (de Witte et al., 2021). Non significa che il linguaggio artistico sostituisca quello verbale; più spesso i due possono dialogare, consentendo di avvicinarsi all’esperienza attraverso canali differenti.
Che cosa significa utilizzare un mediatore artistico?
Parlare di “mediatore” aiuta a chiarire un aspetto importante: nella relazione non ci sono più soltanto una persona e il professionista, perché tra loro compare qualcosa che può essere creato, osservato e modificato. Un disegno, un collage, una forma realizzata con l’argilla, una sequenza di movimento o una produzione sonora non coincidono con la persona che li ha creati, ma possono contenere aspetti della sua esperienza e renderli temporaneamente visibili o percepibili.
La letteratura sull’arteterapia descrive da tempo questa configurazione come una relazione triangolare tra persona, professionista e opera o processo artistico. Uno studio di Gazit, Snir, Regev e Bat Or (2021) ha esaminato proprio il rapporto tra alleanza di lavoro e esperienza con i materiali artistici, evidenziando come il processo creativo non rappresenti un semplice accessorio della relazione, ma partecipi alla sua costruzione. Più recentemente, Snir e colleghi (2024) hanno sviluppato uno strumento osservativo specificamente pensato per studiare sia la relazione tra persona e terapeuta sia quella tra persona e opera, a conferma dell’importanza attribuita a questa dimensione nella ricerca contemporanea sull’arteterapia.
Il mediatore artistico può quindi creare una sorta di spazio intermedio. Una persona può parlare direttamente di sé, ma può anche osservare ciò che ha prodotto e iniziare da lì: notare un colore che occupa quasi tutta la superficie, interrogarsi su una forma comparsa senza essere stata programmata, riconoscere che un’immagine suscita una reazione inattesa oppure semplicemente descrivere ciò che vede. Il prodotto non deve necessariamente “rivelare” qualcosa di nascosto; può, più semplicemente, diventare un punto da cui iniziare a pensare.
Perché un linguaggio artistico può facilitare l’espressione?
Uno degli aspetti più interessanti del processo creativo è la possibilità di dare una forma concreta a esperienze che inizialmente possono essere confuse, frammentate o difficili da descrivere. Nella scoping review di de Witte e colleghi (2021), che ha analizzato 67 studi sui possibili fattori terapeutici delle creative arts therapies, la concretizzazione viene individuata proprio come uno dei processi specifici di questi approcci: un’esperienza interna può diventare un oggetto, un’immagine, un gesto o un suono con cui è possibile entrare in relazione. Accanto alla concretizzazione, simboli e metafore possono consentire di avvicinarsi a contenuti complessi senza doverli necessariamente esprimere in modo letterale.
Questo aspetto è coerente con un quadro più ampio di ricerca sul rapporto tra arti, salute e benessere. La vasta revisione realizzata per l’Organizzazione Mondiale della Sanità da Daisy Fancourt e Saoirse Finn (2019) ha sintetizzato oltre 3.000 studi riguardanti differenti forme di partecipazione artistica e interventi basati sulle arti, rilevando un insieme molto eterogeneo di possibili applicazioni nella promozione della salute, nella prevenzione e nella gestione di diverse condizioni. Gli autori sottolineano, tuttavia, che il campo comprende metodologie, popolazioni e contesti estremamente differenti: non esiste quindi un unico “effetto dell’arte”, né è corretto attribuire automaticamente a qualsiasi attività creativa una funzione terapeutica.
La distinzione è importante. Disegnare, ascoltare musica o scrivere possono avere valore nella vita quotidiana indipendentemente dalla presenza di un percorso strutturato; quando invece un linguaggio artistico viene utilizzato professionalmente nella relazione d’aiuto, ciò che conta non è soltanto che cosa viene proposto, ma perché viene proposto, con quale obiettivo, all’interno di quale setting e con quale preparazione da parte di chi conduce l’esperienza.
L’opera racconta davvero ciò che una persona non riesce a dire?
È probabilmente uno degli equivoci più frequenti quando si parla di arteterapia. Un disegno non dovrebbe essere trattato come un test automatico della personalità e un colore, una forma o un simbolo non possiedono necessariamente un significato universale che il professionista possa decodificare dall’esterno. Il rischio, in caso contrario, è quello di sostituire alla voce della persona l’interpretazione di chi osserva.
La ricerca più recente invita proprio alla cautela. Una sintesi qualitativa pubblicata da Mimmu Rankanen (2026) ha esaminato nove studi dedicati all’esperienza diretta delle persone coinvolte in percorsi di arteterapia. Tra gli elementi percepiti come utili emergevano la possibilità di esplorare emozioni, osservare le proprie produzioni, riflettere su di sé e condividere l’esperienza all’interno di una relazione o di un gruppo; allo stesso tempo, però, alcuni partecipanti descrivevano come ostacolanti gli interventi nei quali il professionista risultava eccessivamente interpretativo, giudicante o tendeva a imporre il proprio punto di vista sull’opera.
Questo dato modifica significativamente il modo di concepire il mediatore artistico. Il suo valore non consiste nel consentire al professionista di “leggere” la persona attraverso ciò che produce, ma nel creare una situazione in cui la persona stessa possa osservare, associare, attribuire o anche non attribuire significati alla propria esperienza. La domanda può quindi spostarsi da “che cosa significa questo disegno?” a “che cosa noti guardandolo?”, “com’è stato realizzarlo?” o “che rapporto hai con ciò che è comparso?”. Sono prospettive molto diverse: nella seconda, il significato non viene imposto dall’esterno ma costruito nella relazione.
È il risultato artistico a essere importante?
Quando i linguaggi artistici vengono utilizzati nella relazione d’aiuto, il valore dell’esperienza non dipende necessariamente dalla qualità estetica di ciò che viene prodotto. Questa distinzione permette anche di comprendere perché non sia indispensabile possedere particolari capacità artistiche per partecipare a molte attività a mediazione espressiva.
Il processo può essere interessante proprio per ciò che accade mentre si sceglie un materiale, si modifica un’immagine, si sperimenta una difficoltà o si decide di interrompere, cancellare, coprire o trasformare quanto è stato creato. Anche la relazione con i materiali può assumere caratteristiche molto differenti: lavorare con una matita, con il colore liquido, con l’argilla o con il movimento non comporta la stessa esperienza sensoriale né richiede lo stesso grado di controllo.
Nella revisione di de Witte et al. (2021) emergono diversi fattori che attraversano le creative arts therapies: accanto a simbolizzazione e concretizzazione vengono descritti elementi legati all’esperienza corporea, al coinvolgimento attivo, alla creatività, al gioco e all’interazione con il medium artistico. Gli stessi autori precisano però che la ricerca sui meccanismi di cambiamento è ancora in evoluzione e che non è possibile ridurre gli effetti di questi approcci a un unico processo causale.
Il mediatore artistico modifica anche la relazione con il professionista
Concentrarsi sull’opera non significa rendere meno importante la relazione. Al contrario, le evidenze disponibili suggeriscono che la qualità del rapporto con chi conduce l’intervento resta fondamentale.
Una revisione sistematica qualitativa condotta nell’ambito di una valutazione del National Institute for Health Research britannico ha raccolto le esperienze di persone che avevano partecipato a percorsi di arteterapia per problematiche di salute mentale non psicotiche. Tra gli aspetti ritenuti utili comparivano l’espressione, la possibilità di acquisire una maggiore comprensione di sé, la sensazione di empowerment e soprattutto la relazione con l’arteterapeuta; allo stesso tempo, emergevano anche esperienze negative quando la relazione non risultava sufficientemente sicura o quando venivano attivate emozioni difficili che non trovavano poi un’adeguata elaborazione (Uttley et al., 2015). Gli autori segnalavano inoltre che la certezza delle evidenze qualitative disponibili era complessivamente bassa o moderata, un limite importante da tenere presente.
La sintesi di Rankanen (2026) arriva a conclusioni coerenti: non esiste un’attività artistica che funzioni nello stesso modo per tutti e perfino esperienze molto simili possono essere vissute da alcune persone come facilitanti e da altre come ostacolanti. Materiali, consegne, grado di libertà, caratteristiche del gruppo e stile di conduzione devono quindi essere considerati all’interno della situazione concreta.
Questo è anche il motivo per cui un mediatore artistico non può essere pensato come uno strumento neutro che produce automaticamente determinati risultati. Una consegna creativa può aprire uno spazio interessante, ma può anche evocare frustrazione, imbarazzo, esposizione o vissuti inattesi. Il lavoro del professionista consiste allora non soltanto nel conoscere le tecniche, ma nel saper costruire un setting, osservare la risposta della persona e modulare l’esperienza senza forzarne i significati.
Dai linguaggi visivi al corpo, alla musica e alla scrittura
Parlare di mediazione artistica significa infine superare l’idea che l’arteterapia coincida esclusivamente con il disegno o la pittura. Le creative arts therapies comprendono discipline differenti, ognuna con una propria storia, formazione e metodologia; nei modelli integrati, inoltre, più linguaggi possono essere messi in relazione all’interno dello stesso percorso. La revisione di de Witte et al. (2021) prende in considerazione arteterapia, danzamovimentoterapia, drammaterapia, musicoterapia, psicodramma e poesia/biblioterapia, individuando elementi condivisi ma anche fattori specifici delle singole discipline.
Un’immagine permette di rendere visibile qualcosa e di tornarvi sopra nel tempo; il movimento introduce direttamente corpo, spazio e ritmo; la musica lavora con dimensioni sonore e temporali; il teatro consente di sperimentare ruoli e prospettive; la scrittura permette di dare forma narrativa all’esperienza. Non si tratta quindi di scegliere il linguaggio “migliore”, quanto di comprendere quale tipo di esperienza ciascun medium rende possibile e in quale contesto possa essere utilizzato in maniera appropriata.
È forse questo uno degli aspetti più interessanti dei mediatori artistici nella relazione d’aiuto. Quando le parole non arrivano immediatamente, l’alternativa non è necessariamente il silenzio: può esserci un’immagine da osservare, un gesto da sperimentare, un materiale da trasformare o una forma da costruire. E, spesso, proprio a partire da ciò che è stato creato, anche le parole possono tornare con un significato nuovo.
Per approfondire
Per chi desidera approfondire l’utilizzo dei linguaggi artistici all’interno di contesti educativi, sociali, di prevenzione, sostegno e relazione d’aiuto, Ateneo propone il Master in Arteterapia Integrata. Il percorso affronta i principali modelli teorici delle Artiterapie e integra tecniche grafico-pittoriche, immagini e colore, elementi di musicoterapia e teatro, tecniche corporee, meditazione, rilassamento e visualizzazione, con un’attenzione specifica anche alla costruzione del setting e al ruolo del conduttore.
Bibliografia essenziale
de Witte, M., Orkibi, H., Zarate, R., Karkou, V., Sajnani, N., Malhotra, B., Ho, R. T. H., Kaimal, G., Baker, F. A., & Koch, S. C. (2021). From Therapeutic Factors to Mechanisms of Change in the Creative Arts Therapies: A Scoping Review. Frontiers in Psychology, 12, 678397. doi.org
Fancourt, D., & Finn, S. (2019). What is the evidence on the role of the arts in improving health and well-being? A scoping review. WHO Regional Office for Europe, Health Evidence Network Synthesis Report 67.
Gazit, I., Snir, S., Regev, D., & Bat Or, M. (2021). Relationships Between the Therapeutic Alliance and Reactions to Artistic Experience With Art Materials in an Art Therapy Simulation. Frontiers in Psychology, 12, 560957. doi.org
Malchiodi, C. A. (Ed.). (2012). Handbook of Art Therapy (2nd ed.). New York: Guilford Press.
Rankanen, M. (2026). Clients’ Perceptions of Helping and Hindering Processes in Art Therapy: A Qualitative Synthesis. Canadian Journal of Art Therapy, 39(1), 99–113. doi.org
Snir, S., Regev, D., Ulitzur-Semel, M., Belity, I., Domany, Y., Sali, A., & Shamri-Zeevi, L. (2024). Observation of Art Therapy Relationships (OART): An observational tool for the research of therapist-client and client-artwork relationships in art therapy. The Arts in Psychotherapy, 87, 102100. doi.org
Uttley, L., Scope, A., Stevenson, M., et al. (2015). Systematic review and economic modelling of the clinical effectiveness and cost-effectiveness of art therapy among people with non-psychotic mental health disorders. Health Technology Assessment, 19(18), 1–120. https://doi.org/10.3310/hta19180



